Revisione prezzi, Linee Guida MIT: un passo avanti per gli appalti di servizi e forniture

Pubblicato il testo ufficiale delle Linee Guida sulla revisione prezzi ordinaria negli appalti di servizi e forniture. Per la Consulta si apre ora la fase decisiva dell’attuazione nei bandi, nei contratti e nella gestione dell’esecuzione.

La Consulta dei Servizi prende atto con soddisfazione della pubblicazione, da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, delle Linee Guida per la corretta attuazione della revisione dei prezzi ordinaria negli appalti di servizi e forniture.

Si tratta di un passaggio importante, atteso dal comparto, che dà seguito al percorso di confronto avviato con il Ministero, con il Viceministro Edoardo Rixi, con le istituzioni competenti e con le associazioni di rappresentanza riunite nella Consulta dei Servizi.

Le Linee Guida riconoscono la revisione prezzi ordinaria come strumento di presidio dell’equilibrio contrattuale nei contratti di durata e forniscono alle stazioni appaltanti indicazioni operative per l’inserimento delle clausole nei documenti di gara, per la definizione degli indici applicabili, per l’accantonamento delle risorse nei quadri economici e per la gestione della fase esecutiva.

Per la Consulta dei Servizi questo è un avanzamento concreto, perché interviene su uno dei nodi più rilevanti per la sostenibilità degli appalti di servizi e forniture: la necessità di evitare che l’aumento dei costi, la dinamica delle retribuzioni, la volatilità dei fattori produttivi e le condizioni di mercato compromettano l’equilibrio dei contratti, la continuità dei servizi e la tenuta delle imprese.

La Consulta sottolinea, in particolare, il valore dell’impostazione che distingue tra revisione straordinaria e revisione ordinaria, riconoscendo a quest’ultima una funzione essenziale nei contratti continuativi, periodici e ripetuti nel tempo. È una cornice utile per servizi indispensabili al funzionamento quotidiano del Paese: pulizie e sanificazioni, ristorazione collettiva, servizi ambientali e gestione dei rifiuti, vigilanza privata, servizi sociosanitari, assistenziali ed educativi, lavanolo, sterilizzazione e gestione dei dispositivi medici, facility management e altre attività essenziali svolte ogni giorno in ospedali, scuole, uffici pubblici, aziende e strutture collettive.

La pubblicazione delle Linee Guida rappresenta quindi un primo risultato del lavoro comune portato avanti dalla Consulta dei Servizi, che riunisce 19 associazioni nazionali e 4 rappresentanze di filiera, espressione di un comparto che conta circa 45 mila imprese, quasi un milione di lavoratrici e lavoratori e genera un valore economico superiore ai 70 miliardi di euro.

Ora, tuttavia, la fase decisiva sarà quella applicativa. Le indicazioni contenute nelle Linee Guida dovranno tradursi in clausole chiare, risorse accantonate, criteri coerenti e procedure effettivamente utilizzabili dalle stazioni appaltanti. Senza un’applicazione uniforme nei bandi e nei contratti, la revisione prezzi ordinaria rischia di restare uno strumento solo potenziale, mentre per i servizi di durata deve diventare una prassi amministrativa ordinaria, trasparente e verificabile.

Pur riconoscendo il valore del traguardo raggiunto, la Consulta ritiene che esso non possa e non debba rappresentare il punto di arrivo. Le Linee Guida costituiscono un importante avanzamento interpretativo e operativo, ma il settore dei servizi continua ad avere bisogno di un definitivo riequilibrio normativo che riconosca pienamente la propria specificità economica e organizzativa rispetto al comparto dei lavori.

Il tema non è soltanto tecnico. Riguarda la qualità e la continuità di servizi essenziali per cittadini, amministrazioni, lavoratrici, lavoratori e imprese. Riguarda la possibilità di costruire appalti sostenibili, capaci di reggere nel tempo e di garantire prestazioni adeguate senza scaricare sulle imprese e sulla filiera gli effetti di dinamiche economiche non governabili.

Per questo la Consulta dei Servizi auspica la prosecuzione del confronto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con il Governo, con il Parlamento, con le Autorità competenti e con le stazioni appaltanti, affinché le Linee Guida siano attuate in modo omogeneo e diventino parte di un quadro più stabile, equilibrato e coerente per gli appalti di servizi e forniture.

Le dichiarazioni del Presidente di ANIR Confindustria, Massimo Piacenit:

«Le Linee guida rappresentano un passo avanti importante perché riconoscono la revisione prezzi ordinaria come presidio dell’equilibrio nei contratti di durata e confermano, per la ristorazione collettiva, prezzi adeguati direttamente agli indici istat correnti con un indicatore composito coerente con la struttura reale dei costi. Ora la partita si sposta sull’applicazione: le stazioni appaltanti devono recepire queste indicazioni nei bandi, nei quadri economici e nella gestione dell’esecuzione, perché senza revisione ordinaria effettiva non c’è continuità del servizio, qualità misurabile né sostenibilità del Cibo Pubblico».

LINEE GUIDA MIT SULLA REVISIONE PREZZI

Protocollo di Legalità Ministero dell’Interno-Confindustria: cosa prevede per imprese e fornitori

L’intesa del 30 aprile 2026 aggiorna il sistema volontario di prevenzione delle infiltrazioni criminali nei contratti tra privati e disciplina gli impegni di Ministero dell’Interno, Confindustria, Associazioni aderenti e imprese associate.

Il 30 aprile 2026 è stato sottoscritto il nuovo Protocollo di Legalità tra Ministero dell’Interno e Confindustria. L’intesa ha l’obiettivo di rafforzare la prevenzione dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei contratti stipulati dalle imprese aderenti con i propri fornitori di beni e servizi.

Il Protocollo si fonda su un principio centrale: legalità e sicurezza sono condizioni essenziali per la libertà d’impresa e per il corretto sviluppo del mercato. Per questo il documento regola gli impegni reciproci tra Ministero dell’Interno e Confindustria e definisce le modalità attraverso cui il sistema associativo può contribuire alla prevenzione delle infiltrazioni criminali nei rapporti economici tra privati.

Un’intesa volontaria nel sistema Confindustria

Il nuovo Protocollo rinnova e modifica il percorso avviato nel 2010, quando Ministero dell’Interno e Confindustria sottoscrissero per la prima volta un’intesa finalizzata a rafforzare l’azione di prevenzione e contrasto delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività economiche.

Quel percorso è stato aggiornato nel 2012 e integrato nel 2014, anche per adeguarne l’impostazione alle novità introdotte dal Codice antimafia. Nel 2022 è stato poi sottoscritto un nuovo Protocollo, che prevedeva l’impegno delle Associazioni del sistema Confindustria a richiedere la documentazione antimafia per le imprese associate e i loro fornitori attraverso l’accesso diretto alla Banca Dati Nazionale Unica.

Nel periodo di applicazione della precedente intesa sono emerse criticità attuative che hanno comportato un’adesione inferiore alle aspettative. Da qui la scelta di rinnovare e modificare il Protocollo, introducendo misure più sostenibili per imprese e Prefetture e mantenendo ferma la natura volontaria dell’adesione da parte di Associazioni e imprese del sistema confederale.

Il ruolo del Ministero dell’Interno

Il Ministero dell’Interno si impegna ad assicurare la collaborazione con il sistema associativo di Confindustria, abilitando le Associazioni di Territorio e di Settore alla richiesta della comunicazione antimafia attraverso la consultazione della Banca Dati Nazionale Unica prevista dal Codice antimafia.

Il Ministero assicura inoltre il monitoraggio dell’attuazione del Protocollo a livello territoriale e svolge attività di supporto, formazione e consulenza alla rete delle Prefetture per favorire la migliore applicazione dell’intesa.

Gli impegni di Confindustria

Confindustria si impegna a sensibilizzare il sistema associativo sull’adesione al Protocollo e a promuovere, presso le imprese associate, l’adozione di regole orientate alla scelta responsabile dei fornitori di beni e servizi.

Il Protocollo prevede anche la predisposizione di un apposito elenco, pubblicato sul sito di Confindustria nell’area web “Protocollo di Legalità”, nel quale saranno iscritte le Associazioni di Territorio e di Settore aderenti e, previo assenso, le imprese aderenti e i loro fornitori di beni e servizi.

Confindustria si impegna inoltre a vigilare sugli impegni assunti dal proprio sistema associativo e a promuovere attività di approfondimento per diffondere la cultura della legalità.

Cosa devono fare le Associazioni aderenti

L’adesione al Protocollo è riservata al sistema Confindustria e si articola attraverso le Associazioni di Territorio e di Settore e le imprese loro associate.

Per consentire alle imprese di aderire all’iniziativa è necessaria l’adesione dell’Associazione di riferimento. Le Associazioni aderiscono attraverso una delibera dell’organo collegiale o dell’Assemblea, con la quale accettano i principi e gli impegni previsti dal Protocollo. Copia della delibera deve essere trasmessa a Confindustria e alla Prefettura competente per la provincia in cui l’Associazione ha sede legale.

L’adesione comporta alcuni impegni principali: diffondere la conoscenza del Protocollo, promuovere l’adesione delle imprese associate, gestire gli adempimenti derivanti dalle adesioni e curare i rapporti con le Prefetture competenti.

Le Associazioni aderenti devono inoltre garantire il rispetto, da parte delle imprese che deliberano l’adesione, delle prescrizioni in materia di pagamento delle retribuzioni, dei contributi previdenziali e assicurativi e delle ritenute fiscali. A questo fine, le imprese devono fornire la documentazione idonea a comprovare l’adempimento di tali obblighi.

Nella stessa direzione, le Associazioni devono garantire che le imprese aderenti adottino le misure necessarie per il rispetto della normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e tutela dell’ambiente.

Comunicazione antimafia, white list e soglie contrattuali

Uno degli aspetti centrali del Protocollo riguarda l’acquisizione della comunicazione antimafia.

Le Associazioni di Territorio e di Settore aderenti devono acquisire, per conto delle imprese associate aderenti, la comunicazione antimafia riferita alle stesse imprese e ai loro fornitori di beni e servizi, attraverso la consultazione della Banca Dati Nazionale Unica.

La comunicazione antimafia deve essere richiesta per tutti i singoli contratti di valore superiore a 50.000 euro, IVA inclusa. Deve essere richiesta anche per i contratti di valore inferiore quando la somma degli importi dei contratti stipulati con la medesima impresa, nell’anno solare, superi la stessa soglia.

Il controllo non è richiesto quando le imprese aderenti o i loro fornitori dichiarano di essere già iscritti in una white list prefettizia o nell’Anagrafe antimafia degli esecutori. In questi casi, l’Associazione verifica la dichiarazione consultando l’elenco disponibile sul sito della Prefettura territorialmente competente o l’Anagrafe antimafia degli esecutori disponibile sul sito del Ministero dell’Interno.

Una volta acquisita la comunicazione antimafia liberatoria, oppure verificata l’iscrizione in white list o nell’Anagrafe antimafia degli esecutori, l’Associazione comunica i dati delle imprese aderenti e dei rispettivi fornitori a Confindustria, procedendo alla registrazione nell’area web dedicata.

Gli impegni delle imprese associate

L’adesione delle imprese associate è volontaria. L’impresa interessata deve deliberare l’adesione attraverso l’organo dotato dei poteri di gestione o direzione, con espresso rinvio ai principi e alle regole contenuti nel Protocollo.

L’adesione dell’impresa si perfeziona solo a seguito del rilascio della comunicazione antimafia liberatoria. Se l’impresa è già iscritta in una white list prefettizia o nell’Anagrafe antimafia degli esecutori e l’iscrizione è in corso di validità, lo comunica all’Associazione, che provvede alla verifica e alla successiva iscrizione nell’elenco delle imprese aderenti.

Con l’adesione, l’impresa si impegna a sottoporsi agli accertamenti antimafia e a richiedere un impegno equivalente ai propri fornitori di beni e servizi.

L’impresa aderente si impegna inoltre a rispettare le prescrizioni normative in materia di pagamento delle retribuzioni, dei contributi previdenziali e assicurativi e delle ritenute fiscali, nonché ad adottare le misure necessarie per il rispetto della normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e tutela dell’ambiente.

Clausole contrattuali, denuncia e tracciabilità dei pagamenti

Il Protocollo disciplina anche gli impegni da inserire nei contratti con i fornitori.

Le imprese aderenti devono servirsi di fornitori controllati sotto il profilo delle verifiche antimafia, salvo il caso in cui questi risultino già iscritti in white list o nell’Anagrafe antimafia degli esecutori.

Nei contratti con i fornitori devono essere inserite condizioni risolutive che consentano il recesso in caso di successiva comunicazione attestante la sussistenza di cause di decadenza, sospensione o divieto previste dal Codice antimafia, oppure di informazione antimafia interdittiva.

Il Protocollo prevede inoltre l’inserimento di una clausola con cui i contraenti si impegnano a denunciare all’Autorità giudiziaria o agli organi di Polizia giudiziaria ogni tentativo di estorsione, richiesta illecita di denaro, prestazione o altra utilità, atto intimidatorio o altra forma di condizionamento criminale nei confronti dell’imprenditore, della compagine sociale, dei dipendenti o dei loro familiari. Della denuncia deve essere tempestivamente informato anche il Prefetto.

Per garantire la tracciabilità dei flussi finanziari e prevenire fenomeni di riciclaggio, l’impresa aderente si impegna a effettuare i pagamenti relativi all’esecuzione dei propri contratti, di importo pari o superiore a 2.000 euro, esclusivamente tramite bonifico bancario o postale, oppure attraverso altri strumenti idonei a consentire la piena tracciabilità delle operazioni. Anche questa previsione deve essere inserita nei contratti, con apposita clausola risolutiva.

Monitoraggio, dati personali e durata del Protocollo

Ministero dell’Interno e Confindustria si impegnano a un confronto costante sui temi oggetto del Protocollo, monitorandone l’attuazione e valutando eventuali esigenze di modifica o aggiornamento anche attraverso una Cabina di regia dedicata.

La Cabina di regia potrà approfondire i possibili sviluppi dell’iniziativa, anche con riferimento al coordinamento tra diverse intese e iniziative pattizie avviate negli ultimi anni per esigenze territoriali o settoriali.

Il trattamento dei dati previsto dal Protocollo avviene sulla base delle disposizioni di legge e di regolamento richiamate nel documento.

Il Protocollo ha durata triennale, con possibilità di rinnovo alla scadenza. L’eventuale intenzione di non rinnovarlo deve essere comunicata per iscritto alla controparte con almeno un mese di preavviso prima della scadenza.

ANIR seguirà l’evoluzione applicativa dell’intesa e informerà le imprese associate sugli eventuali aggiornamenti operativi connessi all’adesione e agli adempimenti previsti.

Decreto Lavoro 1° maggio 2026: misure e impatti per la ristorazione collettiva

Il Decreto-legge “Lavoro – 1° maggio 2026”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026, introduce misure rilevanti in materia di salario giusto, contrattazione collettiva, incentivi all’occupazione, trasparenza del mercato del lavoro, formazione, sicurezza e lavoro tramite piattaforme digitali.

Per le imprese dei servizi e della ristorazione collettiva, il provvedimento richiede particolare attenzione. Il settore è ad alta intensità di manodopera, opera spesso attraverso contratti di lunga durata e risente in modo diretto dell’evoluzione del costo del lavoro, dei rinnovi contrattuali e della sostenibilità economica delle commesse.

Lo stato dell’iter del Decreto Lavoro

Il testo del decreto risulta definito nella sua struttura complessiva, ma si trova ancora nella fase conclusiva del processo di perfezionamento tecnico, in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Solo con la pubblicazione il decreto entrerà formalmente in vigore. Da quel momento si aprirà il percorso parlamentare di conversione, che dovrà concludersi entro sessanta giorni.

La fase di conversione rappresenta quindi un passaggio decisivo, perché potrà consentire modifiche, integrazioni e chiarimenti su alcuni aspetti che, allo stato, presentano ancora margini di definizione.

L’impianto generale del provvedimento

Il Decreto Lavoro si presenta come un intervento ampio, che riguarda diversi ambiti del mercato del lavoro. Accanto alle misure di incentivazione economica, emerge una linea orientata al rafforzamento delle tutele e alla qualificazione del sistema.

Il filo conduttore del provvedimento è il consolidamento del modello italiano fondato sulla contrattazione collettiva nazionale. La scelta di non intervenire con un salario minimo legale generalizzato è accompagnata dal rafforzamento degli strumenti contrattuali esistenti, ai quali viene attribuito un ruolo ancora più centrale nella determinazione delle condizioni economiche e normative dei lavoratori.

Salario giusto e contratti collettivi nazionali

Tra le misure di maggiore interesse per le imprese rientra la definizione del cosiddetto “salario giusto”.

Il decreto lo ancora in modo esplicito ai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Questo comporta una maggiore chiarezza del riferimento normativo e un rafforzamento dei vincoli retributivi.

I contratti meno rappresentativi non potranno infatti prevedere trattamenti inferiori rispetto a quelli dei contratti leader di settore. Il provvedimento rafforza così il contrasto al dumping contrattuale e attribuisce maggiore rilievo al tema della rappresentatività.

Rinnovi contrattuali e adeguamento delle retribuzioni

Un passaggio particolarmente significativo riguarda i rinnovi contrattuali.

Il decreto introduce un meccanismo di adeguamento delle retribuzioni in caso di mancato rinnovo, prevedendo una decorrenza retroattiva degli aumenti e, dopo dodici mesi, un adeguamento automatico fino al 50% dell’indice IPCA.

Pur essendo prevista una possibile modulazione per i settori caratterizzati da elevata variabilità economica, il meccanismo introduce una pressione indiretta sulle parti sociali e riduce i margini di flessibilità nella gestione dei tempi di rinnovo.

Per le imprese dei servizi e della ristorazione collettiva, questo punto richiede un monitoraggio specifico, perché può incidere sull’evoluzione del costo del lavoro e sulla sostenibilità dei contratti in essere.

Incentivi all’occupazione, welfare e formazione

Il decreto prevede un pacchetto di misure a sostegno dell’occupazione, con esoneri contributivi per l’assunzione di donne e giovani e interventi specifici per il Mezzogiorno.

Questi strumenti possono rappresentare un’opportunità concreta di riduzione del costo del lavoro in fase di ingresso. Allo stesso tempo, richiedono il rispetto di condizioni stringenti, in particolare in termini di incremento occupazionale e stabilità dei rapporti.

Il provvedimento interviene anche su welfare, formazione e sicurezza. Le misure rafforzano gli strumenti a disposizione delle imprese per la gestione del capitale umano, ma introducono nuovi obblighi organizzativi e di tracciabilità, soprattutto per quanto riguarda la formazione obbligatoria e la documentazione in materia di sicurezza.

Trasparenza del mercato del lavoro e piattaforme digitali

Un altro elemento rilevante riguarda il rafforzamento dei sistemi di trasparenza e monitoraggio del mercato del lavoro.

Il decreto prevede il potenziamento delle banche dati pubbliche e introduce strumenti che consentono una maggiore comparabilità delle offerte di lavoro, anche sotto il profilo retributivo e dei benefit.

Questo aspetto si inserisce in un più ampio disegno di qualificazione del mercato, ma comporta anche una maggiore esposizione competitiva per le imprese.

Assume inoltre rilievo la disciplina del lavoro tramite piattaforme digitali, con criteri più stringenti per la qualificazione dei rapporti e una presunzione di subordinazione in presenza di determinati elementi di controllo. Si tratta di un ambito che non riguarda direttamente tutte le imprese, ma segnala una tendenza regolatoria destinata a produrre effetti più ampi nel medio periodo.

Gli effetti per le imprese dei servizi e della ristorazione collettiva

Per le imprese dei servizi e, in particolare, della ristorazione collettiva, il decreto assume una rilevanza specifica.

Il rafforzamento della centralità dei contratti collettivi è coerente con l’impostazione di un settore fondato su una contrattazione strutturata. Tuttavia, comporta anche un irrigidimento del quadro regolatorio, soprattutto in relazione al contrasto al dumping contrattuale e alla maggiore rilevanza della rappresentatività.

Il tema più delicato resta quello dei rinnovi contrattuali. Il meccanismo di adeguamento legato all’IPCA, pur attenuato rispetto ad altre ipotesi più automatiche, può determinare incrementi del costo del lavoro non pienamente governabili dalle imprese, soprattutto nei contesti caratterizzati da forte variabilità dei ricavi.

In questo senso, la previsione di possibili modulazioni settoriali rappresenta un elemento di interesse da approfondire nella fase di conversione.

Contratti pubblici, costo del lavoro e sostenibilità delle commesse

Un ulteriore profilo di criticità riguarda i contratti pubblici, che costituiscono una componente essenziale per il settore della ristorazione collettiva.

La combinazione tra durata pluriennale dei contratti, rigidità dei meccanismi di revisione prezzi e possibili incrementi retributivi può generare un disallineamento tra costi e ricavi, con effetti sulla sostenibilità economica delle commesse.

Accanto a tali criticità, il decreto offre anche alcune opportunità. Gli incentivi all’occupazione possono essere utilizzati per rafforzare gli organici e favorire la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Le misure in materia di welfare e formazione possono inoltre contribuire a migliorare l’attrattività del settore e a sostenere i processi di qualificazione professionale.

La valutazione di ANIR

Nel suo complesso, il decreto introduce cambiamenti significativi per il contesto di riferimento delle imprese associate.

Tra le principali novità si segnalano il rafforzamento del modello contrattuale nazionale, la maggiore trasparenza nel mercato del lavoro e l’ampliamento degli strumenti di politica attiva e formazione. Sono elementi che, nel medio periodo, possono contribuire a una maggiore qualificazione del settore.

Sul piano delle opportunità, il provvedimento valorizza il ruolo delle associazioni rappresentative, rafforza il contrasto alla concorrenza sleale basata su contratti non rappresentativi e mette a disposizione strumenti utili per la gestione del lavoro, in particolare attraverso incentivi e misure di welfare.

Permangono tuttavia alcune criticità rilevanti. Il possibile incremento del costo del lavoro legato ai meccanismi di adeguamento retributivo, la riduzione dei margini di flessibilità nei rinnovi contrattuali e il rischio di squilibrio nei contratti pubblici richiedono un’attenta valutazione.

Per il settore della ristorazione collettiva emerge quindi la necessità di monitorare con attenzione l’iter di conversione del provvedimento, valutare eventuali interventi correttivi sui temi del costo del lavoro e della sostenibilità dei contratti, rafforzare il presidio sulla contrattazione e sulla rappresentatività.

ANIR continuerà a seguire da vicino l’evoluzione del decreto, promuovendo le opportune iniziative di interlocuzione istituzionale a tutela del settore e delle imprese associate.

Regione Lazio, ANIR Confindustria in audizione sulla proposta di legge contro gli sprechi

Nel confronto avviato in VII Commissione sul testo regionale in discussione dedicato all’economia alimentare circolare e alla riduzione degli sprechi, ANIR Confindustria ha portato un contributo tecnico-istituzionale per rafforzare il ruolo della ristorazione collettiva e del cibo pubblico nella futura norma.

ANIR Confindustria ha partecipato all’audizione convocata dalla VII Commissione consiliare permanente del Consiglio regionale del Lazio sulla proposta di legge n. 233 del 10 novembre 2025 presentata dal consigliere regionale Daniele Sabatini e dalla consigliera regionale Marietta Tidei, recante “Disposizioni per la promozione dell’economia alimentare circolare, della solidarietà sociale e per il contrasto agli sprechi”. Il confronto si è tenuto il 26 marzo 2026 presso la Sala Etruschi del Consiglio regionale, nell’ambito del ciclo di audizioni avviato dalla Commissione sul provvedimento che punta a rafforzare, su scala regionale, le politiche di recupero delle eccedenze, di solidarietà sociale e di riduzione strutturale degli sprechi.

Nel proprio contributo, ANIR Confindustria ha espresso una valutazione favorevole sugli obiettivi generali della proposta, ma ha anche richiamato la necessità di un’integrazione decisiva: il contrasto allo spreco non può essere letto soltanto nella fase finale del ciclo alimentare, cioè nel momento del recupero delle eccedenze, perché una parte decisiva del fenomeno si genera prima, nell’organizzazione, nella produzione e nella somministrazione del pasto. È qui che, per ANIR, emerge il ruolo della ristorazione collettiva come luogo in cui il cibo assume una dimensione pubblica, continuativa e organizzata, soprattutto nei servizi scolastici, sanitari, socio-assistenziali e in tutti i contesti a erogazione continuativa.

Da questa impostazione discende il cuore della proposta emendativa presentata da ANIR Confindustria: introdurre nella legge una più chiara definizione di “cibo pubblico” e riconoscere la ristorazione collettiva come componente essenziale del sistema dei servizi pubblici regionali. L’obiettivo è spostare il baricentro della norma dalla sola gestione delle eccedenze a una prevenzione strutturale dello spreco, fondata su qualità, continuità, sicurezza e sostenibilità del servizio.

ANIR ha inoltre chiesto che gli interventi di prevenzione, recupero e redistribuzione delle eccedenze, nei servizi affidati tramite contratti pubblici, siano attuati nel rispetto dell’equilibrio economico-finanziario del contratto e siano espressamente previsti nei documenti di gara, con adeguata copertura dei relativi costi. Il punto è netto: obiettivi condivisibili sul piano ambientale e sociale non possono tradursi, nella fase applicativa, in un trasferimento implicito di oneri sui gestori, soprattutto in un settore regolato da standard qualitativi, obblighi sanitari e vincoli organizzativi complessi.

Nel merito, il contributo di ANIR propone anche di tenere conto della specificità della ristorazione collettiva nell’attuazione delle politiche anti-spreco, di organizzare il sistema informativo regionale secondo principi di semplificazione, interoperabilità e non duplicazione degli adempimenti, di costruire criteri premiali nei contratti pubblici solo se misurabili e coerenti con l’oggetto dell’appalto e di prevedere la partecipazione, con funzioni consultive e propositive, delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative al Tavolo tecnico permanente previsto dal testo. La proposta regionale, infatti, già contempla strumenti come il sistema informativo, il programma triennale, il Tavolo tecnico e un fondo dedicato; per ANIR si tratta ora di renderli più aderenti alla realtà operativa dei servizi.

Un ultimo elemento riguarda il valore educativo del momento del pasto. ANIR Confindustria ha chiesto che la legge valorizzi anche questo aspetto, promuovendo nei servizi di ristorazione collettiva iniziative informative e formative integrate nel momento della somministrazione, così da collegare la riduzione dello spreco a comportamenti più consapevoli e a una cultura quotidiana del cibo. È un passaggio coerente con la convinzione che il pasto, nei servizi pubblici, non sia un fatto accessorio, ma parte integrante della prestazione e della sua funzione sociale.

Con questa audizione, ANIR Confindustria conferma la propria linea: contribuire ai processi normativi con proposte applicabili, capaci di tenere insieme interesse pubblico, sostenibilità dei servizi e qualità reale dell’esecuzione. Sul terreno del contrasto allo spreco, questo significa riconoscere che il cibo pubblico non è soltanto materia di recupero delle eccedenze, ma una infrastruttura quotidiana del welfare che va governata con regole coerenti, misurabili e sostenibili.

Scenario internazionale, contratti sotto pressione: perché la ristorazione collettiva non può essere lasciata sola

Energia, logistica, dazi e instabilità geopolitica stanno già incidendo sui costi delle imprese. Per la ristorazione collettiva, settore essenziale e labour intensive, diventa urgente un quadro contrattuale capace di reggere shock esterni, revisione prezzi e continuità del servizio.

La ristorazione collettiva non vive fuori dallo scenario internazionale. Lo attraversa ogni giorno: nei costi dell’energia, nella logistica, nelle filiere, nell’acquisto delle materie prime, nella tenuta economica dei contratti. Per questo guerre, dazi, shock commerciali e instabilità geopolitica non sono variabili lontane. Incidono direttamente sulla qualità e sulla continuità di un servizio che riguarda scuole, ospedali, RSA, luoghi di lavoro e comunità.

Le ultime settimane hanno reso questo quadro ancora più evidente. Le tensioni nell’area del Golfo Persico e intorno allo Stretto di Hormuz, snodo decisivo per i flussi energetici globali, hanno riportato energia, trasporti e approvvigionamenti al centro delle preoccupazioni economiche. Secondo l’aggiornamento del Centro Studi Confindustria del 24 aprile, nel primo mese di guerra il petrolio è aumentato del 63% e il gas TTF del 60%; i noli hanno segnato un incremento del 22% al 9 aprile, mentre l’indice di incertezza ha raggiunto un picco pari a sei volte il livello precedente.

Il quadro non riguarda solo i mercati energetici. La Congiuntura Flash di aprile segnala un peggioramento dello scenario: il prezzo del petrolio resta alto, il gas si è moderato solo parzialmente, la fiducia delle famiglie cade, i tassi sovrani risalgono, le attese sull’industria si indeboliscono e anche nei servizi si osservano segnali di frenata della domanda.

L’indagine rapida condotta da Confindustria tra il 18 e il 25 marzo sulle grandi imprese industriali mostra con chiarezza dove si concentra la pressione. Le criticità già visibili riguardano soprattutto il costo dell’energia, indicato dal 25% delle imprese, i costi di trasporto e assicurazione, segnalati dal 21,9%, e il costo delle materie prime non energetiche, indicato dal 18,4%. Se il conflitto dovesse protrarsi, aumenterebbe anche il rischio sugli approvvigionamenti, in particolare sulle materie prime e sugli input intermedi.

Il dato più rilevante riguarda la durata della crisi. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, se la guerra in Iran terminasse a giugno, le imprese manifatturiere italiane pagherebbero nel 2026 circa 7 miliardi di euro in più di costi energetici rispetto al 2025. Se invece il conflitto si protraesse per tutto l’anno, l’aumento arriverebbe a 21 miliardi, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali pari al 7,6%, vicina ai livelli critici già sperimentati nel 2022.

Per un settore come la ristorazione collettiva, che deve garantire ogni giorno continuità operativa, sicurezza alimentare, organizzazione industriale e qualità del servizio, queste dinamiche hanno conseguenze immediate. Quando crescono i costi energetici e logistici, quando aumentano l’incertezza e la pressione sulle filiere, a essere messa sotto stress non è solo la marginalità delle imprese: è la sostenibilità stessa del servizio.

Il problema riguarda in modo particolare l’Italia e, più in generale, il sistema europeo. La manifattura italiana già nel 2025 pagava una bolletta energetica più alta rispetto ai principali competitor europei, con un’incidenza dei costi energetici superiore rispetto alla fase pre-Covid. Questo divario riduce la capacità delle imprese di assorbire nuovi shock e pesa ancora di più nei settori labour intensive e a forte responsabilità pubblica.

Nella ristorazione collettiva questo squilibrio si innesta su contratti di lunga durata, obblighi di servizio, standard nutrizionali, vincoli ambientali, sicurezza alimentare e costi del lavoro non comprimibili. Il servizio non può essere sospeso o ridimensionato con leggerezza. Deve continuare a funzionare ogni giorno, anche quando lo scenario esterno cambia rapidamente.

A questo si aggiunge un contesto commerciale più instabile. I nuovi dazi, già richiamati dalla Congiuntura Flash, rendono le merci italiane meno competitive e si sommano agli effetti del conflitto sui flussi commerciali, sugli approvvigionamenti critici e sugli scambi con l’area del Golfo. Dazi, energia, logistica e materie prime compongono così un’unica pressione sul sistema produttivo e sui servizi che dipendono da filiere continue.

È qui che il quadro internazionale incontra il punto più delicato per la ristorazione collettiva: l’equilibrio dei contratti. Nei contratti pubblici pluriennali, l’aumento dei costi energetici, delle materie prime, della logistica e del lavoro rischia di produrre uno scarto crescente tra costi effettivamente sostenuti e corrispettivi riconosciuti. Quando questo scarto diventa strutturale, non si mette in difficoltà soltanto l’impresa: si indebolisce la possibilità stessa di garantire qualità, continuità e sostenibilità del servizio.

Per questa ragione la revisione prezzi non può essere trattata come una materia accessoria o meramente tecnica. Per la ristorazione collettiva è uno strumento essenziale di tenuta del sistema. Significa riconoscere che esistono shock oggettivi, esterni all’organizzazione delle imprese, che non possono essere scaricati unilateralmente su chi eroga un servizio pubblico quotidiano. Significa proteggere il cibo pubblico come infrastruttura concreta del welfare, e non come semplice voce di costo.

Il punto, dunque, non è solo monitorare lo scenario. Il punto è tradurlo in regole applicabili, meccanismi efficaci di adeguamento, criteri di gara coerenti e maggiore consapevolezza istituzionale della natura del settore. La ristorazione collettiva non è una fornitura marginale: è un servizio essenziale che incide su salute, educazione, inclusione sociale e organizzazione del lavoro.

In questa fase, ANIR Confindustria continuerà a promuovere, in coerenza con il lavoro già avviato nel sistema confindustriale, interventi normativi e amministrativi capaci di rafforzare l’equilibrio economico dei contratti, tutelare le imprese e garantire la qualità del servizio. Perché in uno scenario internazionale sempre più instabile, difendere la sostenibilità della ristorazione collettiva significa difendere la continuità di una funzione essenziale per il Paese.

ANAC Aggiornamento prezzi di riferimento riguardanti l’ambito sanitario

Gentili Associati, con la presente vi informiamo che l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha aggiornato i prezzi di riferimento in ambito sanitario dei servizi di ristorazione, a seguito delle dinamiche inflazionistiche registrate.

È dovuta la precisazione che la Nostra Associazione non ritiene soddisfacente l’aggiornamento definito da ANAC, poichè l’indice utilizzato, ISTAT NIC, non rappresenta, a nostro avviso, l’esatta composizione dei costi del nostro settore e di conseguenza non registra l’aumento dei prezzi dei generi alimentari che realmente le aziende sostengono; diversamente da quanto l’indice ISTAT FOI registra, in quanto è quello che maggiormente monitora e indica alcuni degli elementi di costo più aderenti all’aumento dei prezzi e dei servizi, come più volte richiesto e come continueremo a chiedere.

Rispetto ai dati pubblicati nel 2024, si sono registrate le seguenti variazioni: servizio di ristorazione +1,69%

I prezzi di riferimento in ambito sanitario pubblicati dall’Autorità sono utilizzati per la programmazione dell’attività contrattuale della pubblica Amministrazione. Inoltre, qualora emergano differenze significative dei prezzi unitari, le Aziende Sanitarie sono tenute a proporre ai fornitori, una rinegoziazione dei contratti che abbia l’effetto di ricondurre i prezzi unitari di fornitura ai prezzi di riferimento come sopra individuati, e senza che ciò comporti modifica della durata del contratto. In caso di mancato accordo, entro il termine di trenta giorni dalla trasmissione della proposta, in ordine ai prezzi come sopra proposti, le Aziende sanitarie hanno il diritto di recedere dal contratto senza alcun onere a carico delle stesse, e ciò in deroga all’articolo 1671 del codice civile. Ai fini della presente lettera per differenze significative dei prezzi si intendono differenze superiori al 20% rispetto al prezzo di riferimento”.

L’individuazione dei prezzi di riferimento da parte di Anac, ribadiamo, dovrebbe favorire la trasparenza del mercato e la vigilanza, oltre a rappresentare uno strumento di verifica dell’operato delle stazioni appaltanti.

I prezzi di riferimento del servizio di ristorazione sono pubblicati nell’Allegato A alla delibera (che vi alleghiamo). Nello specifico, nell’allegato “A” sono evidenziate le tipologie di utente (paziente 1 e dipendente), di pasto (colazione, pranzo, merenda, cena e giornata alimentare 2) e le diverse combinazioni (presenza/assenza o modalità) delle “caratteristiche effettivamente rilevanti” del servizio, in relazione alle quali è stato determinato il prezzo di riferimento.

I prezzi di riferimento, costituiscono poi un aiuto fattivo alle amministrazioni pubbliche, facilitando la predisposizione dei capitolati, in quanto ad essi si fa spesso riferimento per indicare la soglia da mettere a base di gara.

Per ulteriori approfondimenti si rimanda al sito dell’ANAC al seguente link:

https://www.anticorruzione.it/-/news.08.07.2025.prezzi#p0

Si allegano

– Allegato A Aggiornamento prezzi riferimento ristorazione – luglio 2025

– Guida operativa per il calcolo dei prezzi di riferimento del servizio di ristorazione

“Con i Servizi cresce l’Italia”: una nuova centralità per i servizi

Il prossimo 19 giugno, alle ore 14.00, Palazzo Wedekind a Roma ospiterà un evento di grande rilevanza promosso dalla Consulta dei Servizi, composta da 19 associazioni delle imprese di settore e da 3 associazioni dei fornitori, e che servirà per fare passi avanti rispetto al Manifesto dei Servizi. Il titolo è “Con i Servizi cresce l’Italia – Il principio dell’equilibrio contrattuale nei servizi”.

Si tratta di un appuntamento pubblico nato dalla volontà di affermare l’importanza di un settore troppo spesso trascurato nel dibattito politico ed economico: quello dei servizi pubblici in appalto. Un comparto strategico che comprende realtà come la ristorazione collettiva, la pulizia professionale, la vigilanza, più in generale il facility management, e che ogni giorno garantisce il funzionamento della nostra vita quotidiana nei luoghi più delicati del vivere comune: scuole, ospedali, uffici pubblici, imprese.

ANIR sarà tra i protagonisti, portando la propria esperienza e la propria visione in un confronto che si annuncia fondamentale per il futuro del comparto. Come sottolineato nel Manifesto dei Servizi, oggi è urgente una riforma che riporti equilibrio contrattuale nel rapporto tra imprese e pubblica amministrazione. Troppo spesso, infatti, i servizi vengono penalizzati da gare al massimo ribasso, da ritardi nei pagamenti, da mancanza di clausole di revisione prezzi che rendano sostenibili gli appalti nel tempo.

Per ANIR, questa è un’occasione per ribadire la propria battaglia: il riconoscimento della ristorazione collettiva come servizio pubblico essenziale. Una battaglia che parte dalla qualità, dalla sicurezza alimentare, dalla formazione del personale, dalla sostenibilità delle forniture. E che chiede strumenti concreti per garantire alle imprese un contesto normativo chiaro, stabile e rispettoso della specificità del settore.

«È tempo di riconoscere il valore di questo mondo: uscire dal lavoro povero, garantire sostenibilità, restituire dignità» – è il messaggio che ANIR condividerà insieme alle altre associazioni aderenti al Manifesto.

L’evento del 19 giugno sarà anche un momento di mobilitazione collettiva per chiedere che i servizi tornino ad essere centrali nelle scelte del Paese. Non solo nei proclami, ma nelle leggi, nei bandi, nei contratti. Perché dai servizi – e dalla qualità del lavoro che li rende possibili – passa una parte essenziale del futuro economico e sociale dell’Italia.

Industria, servizi, coesione: il futuro si costruisce insieme

L’Assemblea 2025 di Confindustria ha rappresentato un passaggio importante per ridisegnare l’orizzonte industriale del Paese alla presenza delle più alte Istituzioni del Paese. Nella sua relazione introduttiva, il Presidente Emanuele Orsini ha indicato con chiarezza la necessità di un Piano Industriale Straordinario per rilanciare la competitività italiana e restituire all’impresa un ruolo centrale nel processo di crescita economica, sociale e civile.

Quella delineata da Orsini è una visione ampia, che tiene insieme produzione e coesione, semplificazione normativa e innovazione, sostenibilità ambientale e qualità del lavoro. Un appello alla responsabilità, rivolto a istituzioni, imprese e corpi intermedi, per costruire un sistema più giusto, inclusivo e orientato al futuro.

In questo contesto, i servizi pubblici essenziali non sono un elemento accessorio, ma un’infrastruttura invisibile e necessaria per le imprese e per l’Italia. La ristorazione collettiva, ogni giorno, garantisce pasti sicuri e bilanciati a milioni di cittadini. È sia industria che servizio, è presidio di salute, educazione alimentare e benessere. Un comparto che merita di essere pienamente riconosciuto per il suo valore sociale ed economico.

ANIR Confindustria si riconosce in questa traiettoria e ne condivide i presupposti. L’industria è anche quella che non si vede, ma che tiene in piedi la vita delle comunità. La ristorazione collettiva ne è un esempio concreto. Siamo pronti a fare la nostra parte, perché questa visione diventi realtà.

🔗 [Scarica qui la Relazione introduttiva dell’Assemblea di Confindustria 2025 (PDF)]

ANAC Appalti, doppia verifica sull’equivalenza dei CCNL delibera n. 14 del 2025

Con la presente si intende rendere evidente la precisazione che ANAC ha reso pubblica, attraverso il parere di precontenzioso, delibera n. 14 del 2025 del Consiglio di ANAC in materia di contratti collettivi e nuovo codice dei contratti a seguito dell’impatto che il decreto cosi detto correttivo al codice degli appalti sta avendo sugli operatori economici e stazioni appaltanti in materia di contratti pubblici.

In sintesi al mosaico delle tutele lavoristiche, disegnato dal Codice degli appalti e riformato dal correttivo, si aggiunge un altro importante tassello, questa volta fissato da Anac, secondo cui spetta alla stazione appaltante controllare se il contratto di lavoro applicato dal concorrente è equivalente o peggiorativo rispetto a quello richiesto nel disciplinare di gara, operando un controllo che tenga conto sia degli aspetti economici che di quelli normativi.

Precisazione desunta dalla delibera in oggetto che “ritiene che la condotta della SA non sia sindacabile dall’Autorità in quanto non è manifestamente irragionevole, illogica, incongruente o viziata da palese travisamento dei fatti e di conseguenza è conforme alla normativa di settore”

Quanto precisato da Anac va nella direzione di imputare alle stazioni appaltanti il rigoroso controllo dell’equivalenza dei contratti con giudizio sindacabile dall’Autorità «solo per vizi di macroscopica irragionevolezza o illogicità». Per l’authority, che ha emanato la decisione nell’ambito dell’esame delle procedure di affidamento del servizio di salvataggio ed antincendio per l’eliporto del comprensorio sanitario di Bolzano, «si ritiene che la dichiarazione di equivalenza debba dimostrare che il diverso Ccnl adottato, al di là del nomen iuris, garantisca tutele equiparabili». Inoltre evidenziamo il passaggio di forte rilevanza dove Anac affida alla discrezionalità delle stazioni appaltanti quando precisa che «la valutazione deve necessariamente avere ad oggetto sia le tutele economiche che quelle normative in quanto complesso inscindibile». Una doppia verifica dell’equivalenza che il parere articola anche in una sorta di vademecum dei vari elementi da mettere sotto esame. «Si suggerisce di effettuare dapprima la valutazione dell’equivalenza economica dei contratti, prendendo a riferimento le componenti fisse della retribuzione globale annua costituite dalle seguenti voci: retribuzione tabellare annuale; indennità di contingenza; Elemento Distinto della Retribuzione a cui vanno sommate le eventuali mensilità aggiuntive (tredicesima e quattordicesima), nonché ulteriori indennità previste». Sul fronte normativo Anac elenca dodici parametri tra cui per esempio la disciplina del lavoro straordinario, la bilateralità, la previdenza integrativa, per concludere poi che «la stazione appaltante può ritenere sussistente l’equivalenza in caso di scostamenti marginali in un numero limitato di parametri». Uno scudo contro la possibilità di dichiarare l’equivalenza per contratti simili dal punto di vista economico, ma divergenti in alcuni istituti cardine del settore delle costruzioni.

In allegato:

 

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